Ho partecipato al processo di selezione di Ion Group, un tentativo disperato di emulare il rigore delle big tech californiane, ma con l’approccio di chi ha visto mezzo TED Talk e ha deciso che bastava una selezione “disruptive” per sentirsi innovativi
Si inizia con un assessment su HackerRank degno di un episodio di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”: pattern geometrici infantili, test visivi che ricordano più i libretti della Settimana Enigmistica che una selezione tecnica. Poi c’è il test d’inglese, livello B1 (se siamo generosi), che sembrava progettato per testare la capacità di non addormentarsi.
Il problema di programmazione? Un Leetcode easy: contare i caratteri in una stringa. Tipo l’esercizio che fai in prima settimana quando impari Python e ti senti un hacker perché usi un dizionario. L’ho risolto. Subito. 100%. Come tutto il resto.
Poi arriva l’HR. L’inevitabile. Domande random pescate da un generatore automatico: “Dove ti vedi fra cinque anni?”, “Qual è il tuo punto debole?”, “Hai mai lavorato con qualcuno difficile?” cioè, sì, proprio ora, con voi.
Risultato? Scartato con una mail automatica arrivata nel weekend. Motivo ignoto, come da manuale. Nessuna nota tecnica, nessun feedback. Forse l’hiring manager si è sentito minacciato perché non ho risposto “sì” con abbastanza entusiasmo quando mi hanno chiesto se amo i valori aziendali.
Ringrazio per avermi aiutato a evitare un’esperienza lavorativa che sarebbe probabilmente stata all’altezza del processo di selezione: confusa, e inconsistente